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LA STORIA - I PRECURSORI E LE ORIGINI
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«Quanto va accadendo in questi giorni ci fa comprendere che è necessario non perdere ulteriore tempo per costituire un fronte unito fra le industrie minerarie dell'isola allo scopo di meglio tutelare i comuni interessi di fronte ai pericoli della recessione economica in atto ed alle rivendicazioni sempre più pressanti delle leghe operaie». Con queste parole Ferruccio Sorcinelli, patron della Società carbonifera di Bacu Abis, nel dicembre del 1918 sollecitava consensi per costituire, in seno all'Associazione mineraria sarda di Iglesias, un'Unione sindacale fra gli Esercenti delle Miniere (verrà poi costituita ufficialmente nel 1919 sotto la presidenza di Marcello Migone della società Montevecchio).

Sarà questo - a nostro giudizio - il seme primogenito da cui sortirà, poco più di sei anni dopo (novembre 1925), il primo nucleo rappresentativo degli industriali della provincia di Cagliari, che, attraverso diverse mutazioni, ha dato vita a quella che è oggi l'Associazione Industriali - Confindustria.
Forse, per meglio comprendere questo passaggio, occorre riportarsi a quella che era "l'atmosfera d'epoca" di quegli anni ed alle esperienze che provenivano dalle nazioni più avanti nella rivoluzione industriale. Va ricordato ad esempio come il sorgere in Gran Bretagna fin dall'Ottocento delle Trade unions avesse favorito la costituzione, fra i datori di lavoro, delle Employers' associations e, a seguire, della National Association of British Manifactures, al fine di poter gestire unitariamente le richieste di migliori condizioni salariali e normative avanzate dalle rappresentanze dei lavoratori.

L'associazionismo imprenditoriale, così come quello operaio, può essere infatti ritenuto figlio diretto dell'evoluzione industriale avviata dall'introduzione delle regole tayloristiche del lavoro, e della conseguente necessità di dover ricercare solidarietà ed unità di classe per meglio tutelare i differenti e reciproci interessi.

Per ritornare alle vicende della Sardegna, occorre ricordare come l'apparato industriale, ancora in quegli anni del primo Novecento, poteva contare quasi esclusivamente sulle imprese minerarie, mentre il restante sistema produttivo risultava costituito, per la maggior parte, da micro-imprese domestiche, ove era ben difficile comprendere quale fosse il confine tra artigianato, commercio o industria. Quella condizione le avrebbe rese non solo estranee ad un'organizzazione del lavoro di tipo industrial-capitalistico, ma soprattutto meno esposte alle contestazioni operaie (c'è un dato emblematico che avvalora quest'aspetto: nel 1911 il 9,6 per cento delle imprese isolane utilizzava l'85,7 per cento - 8.497 HP - dell'intera forza motrice impiegata).

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28 aprile 1924.
Vittorio Emanuele III all'inaugurazione della diga sul fiume Tirso

La presenza di quelle importanti società minerarie e, conseguentemente, della più importante concentrazione operaia del Paese, aveva favorito, anche nell'isola, la nascita di potenti "leghe" sindacali, sorte per opporsi ad un sistema produttivo accusato di praticare comportamenti vessatori ed iniqui nei confronti dei lavoratori. La stessa recessione postbellica (la grande guerra era terminata nel novembre del 1918), con la contrazione produttiva ed i conseguenti licenziamenti (un minatore ogni tre aveva perso il posto di lavoro), era stata tale da far nascere un clima sindacale reso difficile da agitazioni e scioperi quasi quotidiani.

D'altra parte, quanto accaduto nell'isola non era poi molto diverso dalla situazione continentale, ove in Piemonte, ad esempio, alla costituzione di una forte federazione di operai metalmeccanici (la FIOM) aveva fatto seguito - sempre in quello stesso 1919 - la nascita dell'AMMA, l'associazione fra gli industriali metalmeccanici, voluta soprattutto dal senatore Agnelli e dalla FIAT (anticipatrice, fra l'altro, di quella che sarà, pochi mesi dopo, la Confederazione nazionale dell'industria). La risposta degli "esercenti" delle miniere isolane non era stata poi molto differente da quella degli industriali metalmeccanici piemontesi, per cui l'AEM e l'AMMA debbono essere ritenute due facce della stessa identica medaglia. Ambedue sorte per meglio affrontare le difficoltà del momento e per creare un fronte unitario del padronato alla forza contrattuale e di pressione dei lavoratori, fortemente influenzati, anche politicamente, dalle suggestioni rivoluzionarie della prima "internazionale" operaia.

Queste vicende, che la nostra storia nazionale ci riconsegna come il portato del "biennio rosso"(1919-20), possono essere indicate come le pre-condizioni per poter ricercare, sotto la regia dello Stato, la necessaria rappacificazione fra le classi sociali ed una più equilibrata regolamentazione dei rapporti nel lavoro industriale. Per diverse vicende, le cui cause esulano certamente da questo scritto, la ricerca di quella pace avrebbe portato ad una soluzione politica di tipo autoritario, fondata sul ripristino di una rigida disciplina sociale, quale quella proposta dal partito fascista. I termini di quella pacificazione forzosa, adottata attraverso il cosiddetto "patto di palazzo Vidoni" (2 ottobre 1925), avrebbero «posto fine all'antagonismo storico fra capitale e lavoro», instaurando - tra le rappresentanze dei due interessi in campo, ambedue infeudate nel sistema politico di quel regime - procedure negoziali obbligatorie per comporre confiitti e divergenze fra industriali e lavoratori. In concreto, a quegli organi rappresentativi erano stati attribuiti dal regime di allora poteri d'intervento molto simili a quelli di un organo dell'amministrazione statale.

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