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LA STORIA - L'ATTO DI NASCITA DELL'ASSOCIAZIONISMO INDUSTRIALE
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Quelle regole imposte dallo Stato per comporre i confliitti sociali avevano previsto la necessità di costituire, in ogni provincia, rappresentanze dei datori e dei prestatori di lavoro, rese per legge obbligatorie ed esclusive. Sulla scia di quegli indirizzi, fatti propri dalla Confederazione dell'Industria (con i suoi massimi dirigenti Stefano Benni e Gino Olivetti) e, per l'altra parte, da quella del Lavoro guidata da Edmondo Rossoni, verranno costituite, in ogni provincia del Regno, federazioni locali unitarie sia dagli industriali che dai lavoratori, intesi come organi periferici delle due Confederazioni nazionali.

Cagliari la costituzione della "Federazione degli industriali della provincia" era stata promossa dallo stesso on. Gino Olivetti, segretario generale di Confindustria, ed ufficializzata successivamente in una solenne assemblea tenutasi il 29 novembre del 1925 alla presenza delle massime autorità politiche.

Sarà questo, per la storia, l'atto di nascita ufficiale dell'organo di rappresentanza degli industriali cagliaritani.

A capo della Federazione, a cui avevano aderito un centinaio di imprese (con esclusione di quelle minerarie, rimaste inquadrate nella loro associazione), era stato eletto l'ingegner Giulio Dolcetta, il potente capo del Gruppo elettro-irriguo sardo.
L'avvocato Francesco Loriga, già direttore della Camera di Commercio, ne sarebbe divenuto il Segretario Generale.

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Lavori per la costruzione della diga sul fiume Tirso

L'anno dopo, con l'istituzionalizzazione delle rappresentanze sindacali (la c.d. "Carta del lavoro"), anche la Confindustria nazionale aveva dovuto aggiungere l'aggettivo "fascista" alla sua denominazione, mentre la Federazione cagliaritana, in base a quella stessa legge, diveniva "Unione industriale fascista della provincia di Cagliari". Contestualmente, in base all'obbligo di unicità nelle rappresentanze sindacali, veniva sciolta l'Associazione fra gli Esercenti delle miniere, per cui anche quelle imprese cofluiranno nell'Unione cagliaritana (dicembre 1926).

L'organizzazione guidata da Dolcetta e Loriga aveva così assunto la rappresentanza della totalità delle imprese industriali della provincia.

Ma la semplice tutela degli interessi corporativi della categoria imprenditoriale andava assai stretta all'Unione, tant'è che in breve tempo sarebbe divenuta un fertile laboratorio di idee e di progetti, principale centro di promozione per quella che, nel linguaggio del tempo, era chiamata la "mobilitazione industriale", promossa dalle iniziative governative. D'altra parte, quegli anni Venti e Trenta del Novecento vanno ricordati come "febbrili" nel processo di sviluppo dell'isola. Con la c.d. "legge del miliardo" (6 novembre 1924) potevano avviarsi finalmente quelle opere pubbliche necessarie per "modernizzare" l'habitat sociale della regione; inoltre con le grandi opere elettro-idrauliche del Tirso e del Coghinas si mettevano a disposizione energia in quantità tale da poter muovere i macchinari delle nuove industrie chimiche e manifatturiere, e tanta acqua per irrigare quelle campagne rese sterili per via di ataviche siccità.

La provincia di Cagliari, sotto la spinta progettuale degli industriali dell'Unione, sarebbe divenuta la principale utilizzatrice dei benefici di quell'imponente programma di opere. Tanto da sollevare - come peraltro è costume nell'isola - aspre polemiche e invidie di campanile (si disse che il Capo di sotto avesse beneficiato dei due terzi degli interventi...; che una dispersione a pioggia dei benefici nell'intero territorio regionale fosse preferibile alla concentrazione delle grandi iniziative...).

Nelle sale del palazzo Tirso, dove aveva trovato sede l'Unione, si era infatti radunato un gruppo di uomini decisi e capaci nel fare, destinati a costituire lo zoccolo duro d'una nuova borghesia dell'impresa - una vera e propria business community - decisa soprattutto a trasformare, come si è letto, l'isola dei pastori e dell'arretratezza, nella terra del lavoro e della modernità. Il loro operare a favore d'un cambiamento modernizzante dell'economia sarda sarebbe apparso in netto contrasto, ed anche in contrapposizione, con le istanze conservatrici, tendenti a non modificare i preesistenti equilibri sociali e patrimoniali, presenti soprattutto nel Capo di sopra.

L'anno dopo, con l'istituzionalizzazione delle rappresentanze sindacali (la c.d. "Carta del lavoro"), anche la Confindustria nazionale aveva dovuto aggiungere l'aggettivo "fascista" alla sua denominazione, mentre la Federazione cagliaritana, in base a quella stessa legge, diveniva "Unione industriale fascista della provincia di Cagliari". Contestualmente, in base all'obbligo di unicità nelle rappresentanze sindacali, veniva sciolta l'Associazione fra gli Esercenti delle miniere, per cui anche quelle imprese cofluiranno nell'Unione cagliaritana (dicembre 1926). L'organizzazione guidata da Dolcetta e Loriga aveva così assunto la rappresentanza della totalità delle imprese industriali della provincia.

Ma la semplice tutela degli interessi corporativi della categoria imprenditoriale andava assai stretta all'Unione, tant'è che in breve tempo sarebbe divenuta un fertile laboratorio di idee e di progetti, principale centro di promozione per quella che, nel linguaggio del tempo, era chiamata la "mobilitazione industriale", promossa dalle iniziative governative. D'altra parte, quegli anni Venti e Trenta del Novecento vanno ricordati come "febbrili" nel processo di sviluppo dell'isola. Con la c.d. "legge del miliardo" (6 novembre 1924) potevano avviarsi finalmente quelle opere pubbliche necessarie per "modernizzare" l'habitat sociale della regione; inoltre con le grandi opere elettro-idrauliche del Tirso e del Coghinas si mettevano a disposizione energia in quantità tale da poter muovere i macchinari delle nuove industrie chimiche e manifatturiere, e tanta acqua per irrigare quelle campagne rese sterili per via di ataviche siccità.

La provincia di Cagliari, sotto la spinta progettuale degli industriali dell'Unione, sarebbe divenuta la principale utilizzatrice dei benefici di quell'imponente programma di opere. Tanto da sollevare - come peraltro è costume nell'isola - aspre polemiche e invidie di campanile (si disse che il Capo di sotto avesse beneficiato dei due terzi degli interventi...; che una dispersione a pioggia dei benefici nell'intero territorio regionale fosse preferibile alla concentrazione delle grandi iniziative...).

Nelle sale del palazzo Tirso, dove aveva trovato sede l'Unione, si era infatti radunato un gruppo di uomini decisi e capaci nel fare, destinati a costituire lo zoccolo duro d'una nuova borghesia dell'impresa - una vera e propria business community - decisa soprattutto a trasformare, come si è letto, l'isola dei pastori e dell'arretratezza, nella terra del lavoro e della modernità. Il loro operare a favore d'un cambiamento modernizzante dell'economia sarda sarebbe apparso in netto contrasto, ed anche in contrapposizione, con le istanze conservatrici, tendenti a non modificare i preesistenti equilibri sociali e patrimoniali, presenti soprattutto nel Capo di sopra.

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Cagliari via Roma e porto negli anni trenta del novecento

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