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LA STORIA - L'IMPEGNO PER L'INDUSTRIALIZZAZIONE DELL'ISOLA
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Giuseppe Martelli, Presidente dell'Associazione dal 1970 al 1976
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D'altra parte, l'apparato industriale della provincia era pari a due terzi di quello dell'intera regione, e la dinamicità dei fatti economici era quasi doppia, come dicevano le statistiche, di quella delle altre province. A Cagliari, proprio in quel decennio 1951-61, le unità industriali avevano subito notevoli mutamenti: le imprese edili, ad esempio, erano quasi raddoppiate, con un numero di addetti che aveva ormai superato quelli delle miniere in netto calo (erano ora 13.270, da 24.550) per via d'una congiuntura internazionale assolutamente sfavorevole. Anche gli stabilimenti chimici e tessili mostravano di essere in progressiva ascesa, con un valore delle produzioni che aveva già superato i record del 1939.

In più la potenza energetica utilizzata era cresciuta del 60 per cento, mentre l'utilizzo da parte degli impianti minerari era sceso dal 53 al 47 per cento.

Le stesse produzioni elettriche erano notevolmente cresciute, passando da 270 a 650 milioni di Kwh, di cui il 56 per cento d'origine idraulica (merito questo dei nuovi impianti dell'alto Flumendosa e del Taloro).

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Impianti petrolchi-
mici nell'area di Macchia-
reddu

Da quanto fin qui rievocato – incrociando le vicende associative degli industriali cagliaritani con quelle dello sviluppo economico dell'isola – si è individuato come il crocevia energetico abbia sempre rappresentato lo snodo principale per imboccare la "via dell'industria". D'altra parte, si è già osservato come nelle iniziative d'anteguerra il "carbone bianco" (lo white coal) delle centrali idroelettriche avesse funzionato da straordinario propellente per l'insediamento di numerose fabbriche e stabilimenti elettrochimici. Lo si rileverà anche nel dopoguerra, allorquando le politiche di sviluppo industriale punteranno nel rendere possibili maggiori disponibilità energetiche e prezzi più bassi per la forza motrice elettrica. Il vincolo da abbattere, a giudizio dei governi nazionali e delle giunte regionali degli anni della ricostruzione e della rinascita, consisteva nella "nazionalizzazione/regionalizzazione" delle fonti d'energia e nell'abbattere il monopolio privato nell'elettricità.

Si trattava di un indirizzo su cui l'Associazione avrebbe mostrato tutta la sua opposizione, schierandosi in difesa del capitalismo privato e, per certi versi, del libero mercato, in opposizione all'ingerenza dello Stato nell'economia. Il primo terreno di scontro fu la Supercentrale termica progettata per "bruciare" due milioni di tonnellate di carbonsulcis e per produrre oltre tre miliardi di Kwh da immettere sul mercato a metà dei prezzi allora correnti. «Un progetto costruito sulla demagogia economica, che cadrà come un castello di carte», era stato il giudizio espresso dai vertici dell'Associazione e della Confindustria nazionale.

Di fronte ai proclami dei politici che indicavano nella realizzazione di «una potente industria di base come quella elettrica», la chiave di volta «per richiamarne altre energy intensive e ridare competitività al carbone sardo», la replica dell'Associazione era stata durissima: quel gigantismo produttivo fuori da ogni regola del mercato e da ogni ragionevolezza economica, può essere solo portatore di ingannevoli utopie o di colossali sperperi di risorse che la comunità sarda sarà poi chiamata a pagare duramente (diverrà questa, purtroppo, l'amara e dolorosa verità, proprio perché quelle decisioni passarono sopra ogni ragionevole dubbio sulla reale fattibilità "economica" di quel progetto: quella centrale, infatti, sarà alimentata a nafta).
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Lavori di dragaggio per la realizzazione del porto industriale di Cagliari

Sulla scia di quella grande disponibilità d'energia (oltre due volte tanto i consumi regionali), ne sarebbe derivato un indirizzo ben preciso alla nuova industrializzazione dell'isola, richiamando l'insediamento di stabilimenti particolarmente energivori.

Purtroppo quelle industrie di base (petrolchimiche ed elettrometallurgiche, tutte energy & capital intensive) avrebbero vissuto anni difficili anche per via della sopravenuta "nazionalizzazione" dell'energia elettrica e la fine di una "via regionale" all'elettricità con la penalizzazione del carbonsulcis. Il vero redde rationem sarebbe però giunto negli anni Settanta, con una escalation di fatti negativi per via della contemporanea entrata in crisi del comparto minerario e di quello petrolchimico (con il suo seguito di emergenze sociali, di agitazioni operaie, di angosce familiari) tanto da dover ricordare quegli anni, nella storia della Sardegna, come quelli "dell'emergenza".

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