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LA STORIA - L'IMPEGNO PER L'INDUSTRIALIZZAZIONE DELL'ISOLA
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Questo pericoloso riflusso negli andamenti dell'industrializzazione dell'isola segnerà in maniera pesante la sua stessa costituzione sociale. Con due fenomeni significativamente importanti: l'emigrazione verso l'oltretirreno e l'inoccupazione soprattutto giovanile.

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Raffaello Pellegrini, Presidente dell'Associazione del 1976 al 1980
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In questo contesto di crescenti difficoltà socio-economiche, l'Associazione aveva provveduto a rinnovare i suoi vertici: il dottor Giuseppe Martelli era succeduto alla lunga presidenza dell'ingegner Musio, mentre il dottor Loris Loriga aveva preso il posto di direttore, in sostituzione dell'avvocato Michele Sirchia, in carica dall'anteguerra.

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L'economista Cagliaritano Paolo Savona
(a sinistra), allora Presidente del Credito
Indutriale Sardo, con Dino Zedda (al centro), Presidente dell'Associazione dal 1980 al 1985 e con Cesare Marini (a destra), negli stessi anni Presidente della Federazione Industriali della Sardegna
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Anche al di là dei dati generazionali e professionali dei nuovi dirigenti, si sarebbe trattato di un mutamento quasi rivoluzionario, proprio per la personalità del presidente, uomo che s'era distinto, quale potente manager del capitalismo privato, come abile anello di raccordo tra gli ambienti imprenditoriali e le gerarchie politiche isolane. A metà degli anni Sessanta, infatti, Martelli era divenuto nell'isola il capo del capitalismo ex elettrico e s'era impegnato fattivamente per reimpiegare nell'isola i molti miliardi ottenuti dalla nazionalizzazione dell'Elettrica Sarda (i nomi della Saia, dei Canguri, della Toseroni, della Vibrocemento, della San Paolo, della Boscosarda, della Mita e dell'Is Molas indicano i campi prescelti da quella prodiga anche se non sempre felice semina, e testimoniano delle difficoltà incontrate nel trovare un omogeneo core business per la società ex elettrica).

Ora, quell'evoluzione dell'Associazione era stata favorita dal profondo cambiamento intervenuto nell'ambiente locale, con una società civile sempre più interessata a confrontarsi con quella della politica.

Queste modificazioni nei comportamenti del mondo del lavoro (quello delle organizzazioni datoriali e di quelle dei dipendenti) avevano determinato, al di là di concreti benefici, anche delle notevoli complessità. In effetti quel ruolo fortemente interventista messo in capo dai protagonisti delle attività d'impresa e di quelle del lavoro sarebbe divenuto una costante nell'elaborazione delle iniziative e degli interventi dei governi nazionali e regionali.

Il triangolo delle decisioni. In proposito andrebbe ricordato l'impegno posto dai dirigenti dell'Assindustria per far sì che il porto cagliaritano venisse completato per farlo divenire un vero "sistema", attrezzato con apposite infrastrutture per ricevere il traffico marittimo di nuova generazione. L'introduzione nella navigazione marittima dei traghetti (ro-ro), dei portacontainer, delle petroliere e delle imbarcazioni da diporto aveva richiesto un ripensamento radicale del lay-out portuale, come fattore critico di successo per mantenere la competitività dello scalo.
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Romano Mambrini, Presidente dell'Associazione dal 1985 al 1989

Purtroppo quest'azione, svolta spesso in sincronia con gli stessi sindacati operai, avrebbe impattato con il muro di gomma formato da burocrazie ministeriali insensibili al timing nelle realizzazioni, e dagli interessi, non sempre trasparenti, degli organismi politici incaricati delle opere (la lunga storia del "porto canale" sarà emblematica di tutto questo). Peraltro, il nuovo corso inaugurato da questa presidenza (1970-76) rimarrà segnato, fortemente, da quella che era divenuta la magna charta confindustriale (il c.d. "Rapporto Pirelli"), che indicava nel protagonismo sociale e politico degli industriali il nuovo modo per partecipare alle scelte ed agli indirizzi di sviluppo del Paese (sempre meno lobbystico e sempre più partecipativo). Così la nomina di Paolo Campana alla direzione dell'Associazione, era destinata a facilitare, come è stato scritto, «il superamento della semplice tutela sindacale delle imprese associate per affrontare, a viso aperto, i problemi legati alla rappresentanza politica del ceto industriale».

Riandando a quegli anni occorre non tralasciare l'analisi dei profondi mutamenti intervenuti nell'economia isolana. In vent'anni s'erano registrati dei cambiamenti così profondi come mai era accaduto nei secoli precedenti. In agricoltura, ad esempio, un tempo regina dell'occupazione isolana, ormai lavoravano solo 17 sardi su 100 (erano circa 51 vent'anni prima), mentre nel terziario, divenuto il comparto clou per le forze lavoro, erano ormai 54 ogni 100 gli occupati (da 25 che erano). Solo l'occupazione industriale era rimasta pressoché stabile (29 ogni 100), nonostante la fuoruscita di oltre 20 mila addetti dal 1951 in avanti. Per seguire l'indicatore energetico, che fin qui ci ha fatto da bussola e da termometro insieme, ricorderemo che le disponibilità di energia erano aumentate di quasi sei volte tanto, mentre l'industria chimica e petrolchimica ne utilizzava oltre il 57 per cento a conferma della sua leadership industriale (un altro 18 per cento era destinato agli stabilimenti metallurgici).

Purtroppo, proprio quella petrolchimica che aveva fatto da motrice all'apparato industriale isolano, avrebbe ben presto imboccato il "viale del tramonto". Cause interne (la forte ostilità politica, locale e nazionale, al patron di quell'industria, Nino Rovelli) ed esterne (la c.d. guerra del Kippur del 1973-74 con il prezzo del barile petrolifero aumentato di cinque volte tanto sui mercati internazionali) avrebbero portato alla inarrestabile decadenza impianti e produzioni un tempo leader indiscussi in Europa.
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Eugenio Aymerich, Presidente dell'Associazione dal 1989 al 1991

Intanto, nel giugno del 1976, Martelli aveva lasciato la presidenza a Raffaello Pellegrini, esponente di punta di quella categoria degli "edili" che era divenuta la colonna portante dell'Associazione. Vi rimarrà fino al 1980, allorquando verrà eletto Dino Zedda, un imprenditore a capo di uno dei brand storici dei prodotti vinicoli e dei distillati sardi, la Zedda-Piras, fondata dal nonno nella seconda metà dell'Ottocento.

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