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LA STORIA - ASSOCIAZIONE E INDUSTRIA: A CAGLIARI DUE STORIE PARALLELE
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Queste indicazioni portano a mettere insieme alcune considerazioni sul legame che, nel corso degli ottant'anni di vita, collegherà gli uomini chiamati al vertice dell'Associazione con gli snodi più significativi dei fatti industriali della provincia e dell'intera isola. Dolcetta e Scano, infatti, si ricollegano direttamente, con il loro operare, al grande impulso che, attraverso l'elettricità e le bonifiche, era stato dato a quella che sembrava essere, allora, la strada maestra per il progresso: l'industrializzazione dell'agricoltura. Ad Enrico Musio, autorevole manager minerario, negli anni difficili del dopoguerra era toccato il compito di trovare un collegamento tra l'industria egemone del passato (quella mineraria, appunto) e le nuove prospettive di sviluppo industriale in atto nel Paese sulla scia di quello che verrà chiamato il miracolo economico. Compito che proseguirà poi, con ancor maggiore decisione, Giuseppe (Peppino) Martelli, impegnato soprattutto nell'assicurare all'industria privata locale un ruolo non marginale di fronte allo strapotere assegnato dalla politica alle aziende pubbliche. Con uno sguardo attento alla progressiva modifica della confliittualità sociale tradizionale, sempre meno mutuata da quella operaista (lo sciopero contro il padrone) e sempre più a sostegno di emergenze sociali o politiche (il caro-affitti, il caro-vita, l'ecologia, il pacifismo, le riforme dell'autonomia, delle pensioni, ecc.). Espressione, quindi, più d'una movement policy che di una labour strategy.

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Luigi Binaghi, Presidente dell'Associazione dal 1991 al 1995
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Può essere giusto ricordare che i primi quattro presidenti (prescindendo dalla loro sardità anagrafica) erano rappresentanti ed espressione di interessi capitalistici continentali, esterni cioè all'isola. Con i loro successori, Pellegrini e Zedda, esponenti di un'imprenditoria autoctona, si sarebbe voltato pagina, a testimonianza di una raggiunta emancipazione, anche in funzione di leadership associativa, degli industriali cagliaritani. È una chiave di lettura interessante, anche per meglio intendere lo stretto rapporto esistente tra storia dell'Associazione e storia dell'industria che è stato poi il filo conduttore di quest'analisi.

Anche dai loro settori di provenienza si possono meglio intendere le fasi di quest'evoluzione, perché dall'emergere e dal rafforzarsi di nuove e vecchie attività si ha la verifica di come lo scenario industriale cagliaritano fosse divenuto, col tempo, sempre più composito ed articolato.

Una maturazione/evoluzione che ha riguardato anche le relazioni industriali, divenute sempre più fertili di accordi e di concertazioni fra le parti che di scontri e di turbolenze (si sciopererà, ad esempio, più contro la politica dei governi e delle giunte che per il rinnovo dei contratti).

Un metodo d'agire che avrà in Romano Mambrini (succeduto a Dino Zedda nel luglio del 1985) e nel nuovo direttore, Giuseppe Verona, dei convinti assertori. D'altra parte sembrava ormai necessario superare quelli che erano state le rigide contrapposizioni del passato, intrise di tanta ideologia (democrazia versus dittatura, capitalismo versus comunismo, steccato fra Ovest ed Est d'Europa). Nel Paese – trovatosi al centro di quei contrasti – la necessità di dover mettere pace fra quelle parti contrapposte aveva prodotto, tra l'altro, un compromesso legislativo per il welfare state, ricco di rigidità e di statalismo, quindi incompatibile, per troppi versi, con le esigenze di dinamicità e di flessibilità di un'economia da libero mercato. Occorreva ricuperare occasioni e spazi di dialogo fra le parti sociali, in modo da interpretare correttamente una società diventata sempre più interclassista, dove le organizzazioni dei datori e dei prestatori di lavoro avevano perduto il loro antico antagonismo di classe, chiamate a partecipare alla costruzione di quella che molti definivano essere la "nuova società". Anche l'Associazione cagliaritana s'era riproposta di privilegiare l'azione propositiva a quella oppositiva, decisa di dover divenire soggetto – e non solo oggetto – delle politiche di sviluppo.

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Porto industriale di Cagliari

D'altra parte Mambrini, imprenditore metalmeccanico di punta, avrebbe rappresentato a pieno titolo quel "nuovo" dell'industria sarda, indirizzata a competere ormai su mercati lontani, anche internazionali, ma fortemente inserita a pieno titolo nella propria polis, nella società civile locale. Un'industria decisa soprattutto a nutrirsi d'innovazione, per «affrontare meglio il futuro» e per «garantire un destino meno difficile alla propria gente».

L'impegno associativo era definitivamente uscito – come si scriveva nei documenti – dai cancelli della fabbrica per divenire "parte" propositiva ed operativa per raggiungere e conquistare le nuove frontiere del progresso dell'isola. Un ruolo, quindi, sempre meno garantista dei propri interessi corporativi e, al contrario, sempre più interventista a favore della crescita dell'intera comunità. Dando quindi all'impresa una più ampia area di legittimità sociale, in grado di «codeterminare in tutta trasparenza migliori livelli qualitativi alla vita della collettività, al di là d'ogni steccato corporativo».
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Luciano Ticcca, Presidente dell'Associazione dal 1995 al 2001

Su questa strada d'un rinnovato ruolo politico dell'Associazione procederanno anche i successivi presidenti (Eugenio Aymerich e Luigi Binaghi), proprio nell'intendimento di «esercitare un più diretto impegno nella vita pubblica e nelle attività sociali, in modo da accreditare l'immagine dell'imprenditorialità come servizio sociale e dell'impresa come strumento indispensabile per creare lavoro e conseguire sviluppo».

Intanto il progressivo disimpegno delle Partecipazioni Statali dalla petrolchimica aveva messo in ginocchio il più consistente settore dell'apparato industriale isolano, inferendo un colpo quasi mortale alle imprese locali impegnate nell'indotto. A Macchiareddu come a Portovesme aveva iniziato a soffiare un forte vento di crisi, con negativi riflessi sull'occupazione industriale, con circa 25 mila posti di lavoro perduti in pochi anni, e con una preoccupante stasi nei consumi energetici (l'incremento globale registrato nell'isola, più 45 per cento in 10 anni, segnalava un solo più 13 per cento per l'industria).

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Immagine di Cagliari con, in primo piano, via Roma e la sede del Consiglio Regionale della Sardegna

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